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fuga - studio il bucaneve

Un meccanismo che nutre il problema: il potere dell’evitamento

A cura della psicologa psicoterapeuta Dott.ssa Stefania Ciaccia

A livello biologico, siamo programmati – come tutti i mammiferi – a rispondere alle minacce (come alle difficoltà della vita) attraverso due modalità di azione: l’attacco o la fuga.

È nella nostra natura, una reazione neuronale fisiologica per cui, in una situazione di pericolo, queste modalità sono assolutamente funzionali:

  • l’attacco prevede un’azione attiva di aggressione nei confronti del pericolo;
  • la fuga comporta che il soggetto scappi dall’evento temuto.

Cosa succede però se la minaccia esperita non è reale? Se è frutto di una convinzione erronea della nostra mente?

Minaccia reale o irreale?

In un articolo precedente abbiamo parlato di psicoterapia individuale e del disturbo d’Ansia Sociale, analizzando come il soggetto che ne soffre si sia costruito mentalmente un’immagine di se stesso come una persona goffa o antipatica (o altro…) per cui verrà giudicato negativamente dagli altri, sui quali proietta i suoi timori.

In queste situazioni, in cui il pericolo non è reale ma frutto di una nostra convinzione, il comportamento di evitamento funge da rinforzo dei nostri pensieri disfunzionali: sostanzialmente, peggiora la situazione.

Se mi trovassi di fronte a una persona armata che mostra l’intenzione di farmi del male, la fuga potrebbe essere il comportamento che mi salva la vita; tuttavia, evitare una situazione sociale che mi procura una certa dose di ansia, fa sì che i miei pensieri disfunzionali circa me stesso e il contesto che sto evitando, si rafforzino ancora di più nella mia testa.

Perché accade?

Quando una convinzione si struttura nella nostra mente, lo fa inizialmente timidamente, si configura come un’ipotesi che va confermata nella realtà.

Ad esempio, mi domando: “sono goffo?” Il nostro cervello allora inizia a cercare indizi, argomentazioni in favore di questa tesi. Questo è un errore di pensiero che tutti commettiamo: se ragionassimo come un vero ricercatore, dovremmo cercare sia le argomentazioni in favore della nostra tesi che quelle che la invalidano, per avere un’ampia gamma di dati e decidere quale ipotesi sostenere.

Tuttavia, siamo portati a cercare solo le informazioni che confermino l’ipotesi focale (in questo caso l’essere goffi) e la nostra attenzione – guidata dalle nostre emozioni – si focalizza su quella.

La conferma delle nostre ipotesi

Quando evitiamo (fuga), per esempio, un contesto sociale lo facciamo perché, partendo dalla nostra ipotesi focale (sono goffo) ci aspettiamo che in una situazione del genere saremmo esposti al giudizio negativo degli altri (evento temuto).

Di fatto, quindi, con il nostro comportamento (l’evitamento) auto-confermiamo a noi stessi che quell’evento è realmente pericoloso: se noi infatti ci esponessimo all’evento temuto e ne facessimo un’esperienza positiva, la nostra ipotesi focale crollerebbe.

Per fare esperienze positive che invalidino la nostra tesi (“sono goffo”) dobbiamo, però, esporci al rischio che questa possa essere realmente confermata, mentre continuando ad evitare la situazione, rimarremo convinti di essere goffi e che in un contesto sociale, gli altri ci giudicheranno negativamente.

Psicoterapia individuale ed evitamento

Se pensiamo ad un soggetto che pratica pensieri di evitamento da anni, possiamo immaginare quanto strutturata, rigida e difficile da modificare possa essere la sua idea disfunzionale.

In questo senso, l’evitamento possiede l’enorme potere di nutrire i pensieri disfunzionali e, soprattutto nei disturbi d’ansia (in generale) funziona proprio come un fattore in grado di mantenere in vita il problema.

Questo tipo di pensieri disfunzionali sono il principale oggetto di lavoro in un percorso di psicoterapia individuale a indirizzo cognitivo comportamentale.

La psicoterapia individuale, infatti, ha, nell’individuazione e correzione di comportamenti e pensieri disfunzionali per la persona, il suo principale obiettivo.

Dott.ssa Stefania Ciaccia